Il (non)senso nuovo scientifico del nuovo Dpcm contro il coronavirus

8 mesi fa 23
dpcm_scienza(foto: Chesnot/Getty Images)

Dopo interminabili ore di attesa, nella serata di domenica 18 ottobre è finalmente arrivato il nuovo Decreto del presidente del consiglio dei ministri (il Dpcm) che impone ulteriori restrizioni per tentare di arginare il contagio da Sars-Cov-2. Misure che sono evidentemente un compromesso tra quanto sarebbe necessario fare per imprimere un netto cambio di rotta alla curva epidemica e ciò che può consentire al sistema Paese di continuare a funzionare, almeno nelle attività essenziali come lavoro e scuola. Ma quanto è aderente il nuovo Dpcm a ciò che sarebbe scientificamente sensato fare?

La mappa delle province da tenere d’occhio

In generale non si può negare che alcune delle misure vadano nella direzione dell’effettivo contenimento dell’epidemia. Limitare l’accesso ad alcune vie particolarmente affollate delle città negli orari critici (anche se poi la decisione è stata delegata ai sindaci dei singoli comuni), vietare gli affollamenti al bancone o davanti ai locali della movida e sospendere sagre e fiere può senz’altro ridurre in parte le occasioni di contagio, se non altro nella misura in cui tenta di limitare la creazione di assembramenti.

Al ristorante e in metro

Altre misure invece paiono piuttosto inutili. Se è vero che mangiare al ristorante è ritenuta dagli scienziati una delle attività più a rischio, va detto che la possibilità di trasmettere il virus per via aerea è massima con i propri vicini di posto, ossia con chi siede accanto o di fronte. Da questo punto di vista, sarebbe utile aumentare la distanza minima tra compagni di tavolo (o far rispettare in modo più rigoroso quella già prevista), non imporre un numero massimo di persone che possono sedere assieme. Ammesso e non concesso che le persone non vadano in giro senza mascherina a salutare gli altri compagni di tavolata – attività di fatto già vietata anche prima dell’ultimo Dpcm – la regola del sei come massimo numero di commensali non pare avere grandi potenzialità in termini di contenimento del contagio. Anche perché, se si è in più di sei, si possono sempre fare tavoli multipli, e tutto sta allora nel continuare a controllare che le persone non si muovano in modo improprio all’interno del locale.

La chiusura a mezzanotte, poi, può fare la differenza per alcuni tipi di attività come pub o birrerie, ma è pur vero che a quell’ora i ristoranti sono molto meno affollati rispetto alle 20 o alle 22, dunque possono garantire senz’altro più agevolmente il distanziamento.

Il grande assente dall’ultimo Dpcm è però evidentemente il trasporto pubblico, menzionato appena di striscio dal premier Giuseppe Conte e in riferimento alle sole misure economiche. Metropolitane e autobus, ancor più che treni regionali e aerei, sono luoghi in cui si può facilmente creare la calca, specialmente negli orari di punta. Certo, aumentare la quota di persone in smartworking può dare una mano, posticipare di un’ora o più l’accesso degli studenti alle scuole superiori può essere meglio di niente, ma nuovamente non pare esserci alcun cambio di rotta significativo nella politica dei trasporti. Eppure tutti abbiamo in mente le immagini scattate durante la rush hour delle nostre metropolitane negli ultimi giorni, ed è arduo sostenere che quello non possa essere un punto di criticità. Ciononostante, non è stata introdotta alcuna limitazione ulteriore alla capienza dei mezzi pubblici, né alcuna restrizione relativa all’affollamento sulle banchine, dunque si può presumere che il distanziamento fisico continuerà a non essere rispettato.

In famiglia, tra amici e in palestra

Limitato a una sola raccomandazione orale è poi tutto il capitolo dei ritrovi in contesti privati, per i quali si fa leva esclusivamente sul buon senso e sulla responsabilità individuale. Se il premier da un lato ha ribadito che si tratta delle occasioni in cui più facilmente ci si lascia andare e si diventa quindi più vulnerabili, allo stesso tempo non è stata introdotta alcuna limitazione specifica al numero di persone che possono essere accolte in casa. Una limitazione che avrebbe suscitato polemiche e creato un problema di effettivo controllo, ma anche almeno avrebbe messo nero su bianco uno dei punti che gli scienziati ritengono decisivi.

Una citazione a parte meritano le palestre, per le quali il governo ha sostanzialmente deciso di non decidere, posticipando eventuali nuovi provvedimenti di una settimana e lanciando un ultimatum nemmeno troppo velato ai gestori degli impianti sportivi per il rispetto rigoroso dei protocolli. Contraria alla logica scientifica, ma aderente a quella economica, è poi la decisione di introdurre una disparita di trattamento tra gli sportivi, differenziando chi pratica sport ad alti livelli (che può continuare ad allenarsi e a giocare) da chi invece lo fa in modo amatoriale o dilettantistico (che può continuare solo ad allenarsi individualmente). Il che di fatto conferma l’esistenza di un doppio livello per quanto riguarda il diritto allo sport.

Ma che cosa fa lo Stato, di scientifico?

Come tutti gli esperti ripetono da mesi, il contenimento del contagio è fatto sì di comportamenti individuali responsabili, ma anche di un’adeguata attività di prevenzione, controllo e trattamento da parte del sistema sanitario nazionale. Su questo secondo e fondamentale aspetto, tuttavia, pare non esserci alcuna novità rilevante.

Anzi, a domanda specifica e puntuale di un giornalista su chi fosse il colpevole dei ritardi nel potenziamento delle terapie intensive (sia in termini di infrastrutture sia di personale specializzato) il presidente del Consiglio Giuseppe Conte ha risposto semplicemente che il numero di posti letto è raddoppiato rispetto alla scorsa primavera, peraltro con un’affermazione piuttosto discutibile se si guarda alla situazione sanitaria delle singole regioni e alla distinzione tra ampliamenti potenziali ed ampliamenti effettivi.

Nessuna menzione, e men che meno misure specifiche, sul fatto che alcune sanità regionali (prima fra tutte la Campania) paiano già in una condizione di forte sofferenza. E nemmeno alla prospettiva che ben presto – per non dire già ora – l’aumento significativo del numero di persone positive al virus renda impraticabile un’adeguata attività di contact tracing, che né le unità sanitarie territoriali né tantomeno Immuni sembrano in grado di garantire.

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