Chi è il nemico di Salvini, l’Europa rappresentata da Draghi o la destra della Meloni?

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Che ci fa Matteo Salvini nel governo repubblicano di Mario Draghi? Come fa a mettere insieme il rigorismo di Roberto Speranza e a salire nello stesso tempo sul carro dei ristoratori del movimento #ioapro, che ieri hanno manifestato di fronte alla Camera dei deputati? Ad attaccare Domenico Arcuri – sul quale molto, in effetti, c’è da criticare – e il comitato tecnico-scientifico e al contempo a piazzare il suo vice Giorgetti allo Sviluppo economico? La lettura è chiara: meglio l’opposizione dentro che fuori. Primo, perché fuori ci sono rimasti i Fratelli d’Italia di Giorgia Meloni che marciano a vele spiegate e nei sondaggi sfiorano il consenso potenziale del Pd. Secondo, perché se è vero – come scrive il Financial Times in un articolo del 21 febbraio – che “gli elettori puri e duri perdono la fede nel loro Capitano”, è altrettanto vero che c’è una parte di fasce produttive, specialmente un pezzo della base storica del Nord, che chiede pragmatismo, soldi subito per i ristori, un lavoro di fino dall’interno dell’esecutivo per consentire loro la sopravvivenza in un quadro impazzito come quello degli ultimi 12 mesi.

Non è detto che Salvini sappia farlo, quel lavoro di fino e i compromessi che servono in questa fase non sono esattamente il suo forte. Ma dovrà provarci, e per suo conto a parlare con Draghi ci pensa Giorgetti. Al segretario rimangono così le mani libere per fare pressing a tutto campo, quell’opposizione dall’interno che gli serve per provare a salvare capre e cavoli, cioè la Lega produttiva e del Nord nonché il suo braccio populista, xenofobo e anti-euro. E per ritagliarsi, di nuovo, il ruolo dell’incompreso: io ci provo ma non me lo fanno fare. Andando magari a sottrarre qualcosa a quel che resta di Forza Italia per bilanciare l’avanzata dell’unica opposizione parlamentare, quella di FdI.

(Foto: Alessia Pierdomenico/Bloomberg via Getty Images)

Ecco dunque che serve una dichiarazione al giorno, occorre sfoderare una posizione ogni 24 ore, cavalcando l’esaurimento degli italiani talvolta non senza qualche buona ragione: il procedere scomposto di esperti, immunologi e virologi che se le danno di santa ragione su ogni canale disponibile, per esempio, o le infinite contraddizioni che contraddistinguono le attuali misure di contenimento dell’epidemia. D’altronde il quadro caotico di un sistema arlecchino che in certi casi comprime enormemente le libertà personali e d’impresa e in certe altre, complici i mancati controlli, concede un diffuso menefreghismo gli dà una mano: in fondo l’infezione puoi prendertela anche nella piazza sotto casa affollata ogni sera con aperitivi improvvisati che nessuno interrompe, però poi non ti mandano all’hotel di campagna dieci chilometri oltre il confine regionale.

Giorgia Meloni

Salvini scommette dunque sulla Lega bifronte: dentro, al lavoro sui punti in cui soprattutto i ministeri dello Sviluppo economico e del Turismo possano concedere di arrivare. Fuori, con la sua nuova maschera, portavoce delle tante richieste, dei fronti ormai saturi, delle domande approdate sul tavolo del Cts e dei protocolli più stringenti a cui gli esercenti – dai ristoratori ai gestori delle palestre, dal turismo allo spettacolo – si dicono pronti a piegarsi pur di ripartire col contagocce e immaginare un futuro possibile: “Dove la situazione sanitaria  è sotto controllo e rispettando i protocolli di sicurezza – dice oggi il Salvini aperturista ma allo stesso tempo abbastanza lontano dal fronte “no mask” della scorsa primavera – i ristoranti devono poter lavorare anche la sera. Se la legge permette di pranzare in tranquillità e sicurezza alle 13, deve permetterlo anche alle 20. Con estrema cautela e prudenza, ma serve un graduale ritorno alla vita, riaprendo in sicurezza palestre, piscine, teatri e oratori, altrimenti i danni anche mentali oltre che economici rischiano di essere devastanti”. Chi non si sentirebbe di sottoscrivere una dichiarazione simile, dopo un anno di frustrazioni e ristrettezze? Perfino Dario Franceschini ha chiesto al Cts un’audizione per valutare la (sacrosanta) riapertura di cinema e teatri dopo Pasqua. Il punto è che quella sicurezza di cui Salvini si riempie la bocca serve davvero, e passa anzitutto attraverso la campagna vaccinale a cui mancano ancora troppi pezzi.

((Photo by Alberto PIZZOLI / POOL / AFP) (Photo by ALBERTO PIZZOLI/POOL/AFP via Getty Images)

Rimane quindi da capire se la scommessa (obbligata) di entrare in maggioranza dopo la crisi invernale porterà qualche vincita. Se, cioè, la Lega dentro l’esecutivo (Giorgetti, Garavaglia, Stefani e il resto del sottogoverno) e quella che ha in mano un pezzo della maggioranza parlamentare riuscirà a incidere nelle scelte di Draghi. Difficile, almeno nell’immediato se non per qualche briciola lasciata cadere sul pavimento dal premier. E d’altronde la pax draghiana è destinata a durare per qualche tempo, fino a primavera inoltrata e alla consegna del Recovery Plan all’Ue. Con l’arrivo della bella stagione e l’avanzamento delle immunizzazioni il Salvini Bifronte potrebbe al contrario decidere, con l’usuale nonchalance dell’ennesimo cambio di rotta e magari in diretta dal Papeete, che il tempo di fare l’aperturista moderato è finito e che sia il momento di far saltare tutto, minacciando un ritiro del sostegno a Draghi e una “crisi” di governo. Tornando infine all’opposizione e, col caldo dell’estate, strapparsi anche la mascherina dalla faccia.

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